In un contesto macroeconomico in cui, in avvio dell’anno 2018, gli scambi internazionali
hanno subìto, da una parte, il rallentamento rispetto all’anno precedente e, dall’altra, il
consistente apprezzamento dell’euro sul dollaro (nel primo trimestre), aspetti che hanno
frenato le esportazioni del vecchio continente con la revisione al ribasso delle stime di
crescita dell’economia italiana, nei primi 5 mesi del 2018 l’export nazionale di beni di
pelletteria ha registrato un nuovo incremento a doppia cifra in valore (+10,7%), dopo gli
ottimi risultati a consuntivo 2017 (+13,2%).
Al cauto avvio del primo trimestre (che nonostante una flessione superiore al 3% nelle
quantità aveva fatto comunque segnare un ragguardevole +7,2% in valore), è seguito un
bimestre decisamente più dinamico (+16,5% in valore e +2,9% nei KG rispetto ad
aprile/maggio 2017), che ha ridotto il gap con l’anno precedente in quantità (-1,2% nei
primi 5 mesi) e permesso di raggiungere, in termini di valore, l’ennesimo record: tra
gennaio e fine maggio sono stati infatti venduti fuori dai confini nazionali prodotti
per oltre 3,33 miliardi di euro (324 milioni di euro in più rispetto all’analogo periodo
2017), per 25,6 milioni di KG (erano 25,9 milioni lo scorso anno, ma il risultato attuale è
comunque superiore a quello di tutti gli altri primi 5 mesi dell’ultimo decennio).
Il prezzo medio al KG è salito a 130,23 euro (con un +12,1%), a ulteriore testimonianza
del riconoscimento, da parte dei buyers internazionali, dell’eccellenza delle produzioni
Made in Italy che risulta ancora più evidente nel confronto con il prezzo medio delle merci
in ingresso: 21,20 euro/KG (e addirittura 9,93 euro/KG per quelle di provenienza cinese).
L’export si è confermato dunque il traino del settore, a fronte di una domanda interna
che – se ha manifestato nel secondo trimestre alcuni primi timidi segnali di risveglio, che
necessariamente dovranno trovare conferma nei mesi successivi per poter parlare di una
concreta inversione di tendenza – resta comunque su livelli assolutamente insoddisfacenti,
dopo anni di continue erosioni.
Per le vendite estere di pelletteria resta determinante il ruolo dei grandi gruppi mondiali del
lusso, che seguitano a conseguire brillanti risultati, come dimostrano il +24,4% in valore e
il +22,2% nei KG delle esportazioni verso la Svizzera, hub logistico di molte griffe
internazionali della moda che da lì commercializzano i prodotti in tutto il mondo (Italia
inclusa, come indica la presenza del paese elvetico ai primi posti della graduatoria
dell’import per paese di provenienza).
Se il settore nel complesso seguita a evidenziare performance di assoluto rilievo e
sebbene non manchino aziende con risultati decisamente positivi anche tra quelle di minor
dimensione, sono ancora molte le realtà – soprattutto tra le micro, piccole e medie imprese
(che costituiscono poi la maggioranza dell’universo delle oltre 4.600 aziende di cui il
comparto si compone, dal momento che il numero medio di addetti è di poco superiore a
7) – che ancora non hanno imboccato la via della ripresa. Ulteriore conferma in questo
senso è fornita dai dati di Movimprese, che segnalano, nei primi 6 mesi dell’anno, un saldo
negativo nel numero di aziende attive pari a 40 unità, considerando sia industria che
artigianato, rispetto a dicembre 2017.
L’analisi dell’export per destinazione mostra dinamiche simili, in valore, sia per i mercati
comunitari (+12,2%) che per quelli extra-UE (+10,1%); opposto, però, l’andamento in
quantità, dove a fronte di un aumento attorno al 9% per i Paesi extra-UE, verso i mercati
dell’Unione le esportazioni sono scese del 7,2%, con trend negativi in diversi sbocchi
(Francia, Regno Unito, Spagna, Portogallo, Belgio…). Fa eccezione la Germania, che con
un +16,3% in volume rafforza la leadership nella graduatoria dei clienti per KG.
In Far East (rimasto stabile nei KG nel complesso, -0,6%, con un +4,2% in valore), frena il
Giappone (-4,9% in valore e -7,6% in quantità), un mercato dalle grandi potenzialità di
sviluppo futuro, diventate assai più concrete con la firma del trattato di libero scambio con
la UE (nonostante i tempi lunghi previsti per arrivare alla completa liberalizzazione);
stentano (con flessioni nell’ordine dell’1% in valore e di qualche punto più marcate nelle
quantità) Hong Kong e Singapore (quest’ultimo già in calo lo scorso anno); riprende a
crescere, dopo un primo trimestre improntato alla stabilità, la Sud Corea (+8,4% in valore
e +3,2% nei KG nei primi 5 mesi) che già aveva conseguito risultati premianti a
consuntivo 2017; superiori al 20%, invece, gli incrementi della Cina.
Nel continente americano, prosegue il recupero degli USA (+30,1% nelle quantità, pur se
a prezzi decrescenti, tanto da far segnare un modesto +1,9% in valore), quarto mercato di
sbocco, su cui aleggia in lontananza la minaccia – che tutti auspicano resti tale (e in
questa direzione vanno i recenti tentativi della UE di riprendere negoziati commerciali su
larga scala con gli States) – degli effetti che una eventuale battaglia daziaria con l’Unione
Europea estesa ai prodotti della moda potrebbe innescare; bene anche il Canada, con cui
è entrato in vigore a fine settembre 2017 – pur se in via provvisoria ma con l’abbattimento
dei dazi – l’accordo CETA.
In Russia, la fase di parziale recupero che aveva caratterizzato sia il 2016 che il 2017 ha
subìto un brusco rallentamento (+0,6% in valore e -4,9% in quantità nei primi 5 mesi),
benché dopo un primo trimestre fortemente negativo la domanda si sia attestata su livelli
meno penalizzanti. Male gli Emirati Arabi (-1,1% valore, con un forte calo nei KG); segni
positivi, nei dati disponibili sinora, per la Turchia (+4,3% valore) dove andranno
monitorate nei prossimi mesi le eventuali conseguenze sugli scambi commerciali della
pesante crisi monetaria esplosa in estate.
Si noti come le prime 6 destinazioni (Svizzera, Francia, Hong Kong, USA, Sud Corea
e Giappone) coprano oltre il 60% delle vendite estero settoriali in valore.
Per quanto concerne le tipologie, andamento decisamente favorevole in valore sia
dell’export di beni realizzati in pelle (+9,6%, che coprono quasi l’80% del fatturato
estero), che per quelli in succedaneo (+15,5%). Nelle quantità, invece, crescono le
produzioni in pelle, tipiche della tradizione artigianale Made in Italy (+4,7%, con incrementi
del 4,4% per le borse e del 4% per le cinture), mentre flettono del 6%, quelle realizzate in altro materiale, con cali attorno al 10% per borse e piccola pelletteria (portafogli, borsellini,
portachiavi, astucci per oggetti…).
Seguitano a crescere le importazioni, +13,3% in valore e +6,1% nei KG, con prezzi
medi in aumento del 6,7%. Stante il carattere asfittico della domanda nazionale, il dato –
oltre che un incremento delle operazioni di pura commercializzazione messe in atto dalle
aziende – non può che riflettere un intensificarsi della concorrenza estera sul mercato
domestico. I flussi dalla Cina segnano flessioni non trascurabili (-8,3% nei KG e -14,4% in
valore), con una riduzione del 6,7% nel prezzo medio (sceso a 9,93 euro/KG, cioè tre volte
e mezzo inferiore a quello degli altri paesi di origine). Il gigante asiatico detiene quote del
57% in quantità e del 27% in valore sul totale import, precedendo Spagna e Vietnam nella
classifica per KG.
Solo l’11% delle quantità importate è realizzato in pelle.
L’attivo del saldo commerciale settoriale si è attestato a 2,09 miliardi di euro, +9,3%
sui primi 5 mesi 2017, consolidandosi rispetto al primo trimestre. Ancora un risultato
di rilievo – per quanto più moderato dopo il +17% ottenuto a consuntivo 2017 – che
conferma la pelletteria al 5° posto nella graduatoria nazionale per saldo attivo tra i 99
capitoli merceologici di cui si compone la nomenclatura doganale.
Sul fronte interno, come anticipato, dopo un lungo periodo caratterizzato da segni
negativi, il secondo trimestre dell’anno ha manifestato un (seppur debole) recupero
(+1,6% in quantità e +2,5% in spesa sull’analoga frazione del 2017), che rende di segno
positivo il cumulato semestrale in volume, ma non quello in valore: il Fashion consumer
panel di Sita Ricerca indica infatti per la prima metà dell’anno un +0,8% nelle quantità
acquistate dalle famiglie italiane, accompagnato da cali del -1,2% in termini di spesa e
del 2% nei valori medi al pezzo, mostrando ancora una volta l’estrema attenzione dei
consumatori al fattore prezzo.
I dati disaggregati evidenziano un trend penalizzante per il segmento delle borse (-2,9%
nelle quantità e -0,6% in valore), la voce principale degli acquisti (che incide per oltre la
metà sulla spesa complessiva dei prodotti di pelletteria) e recuperi di varia intensità,
almeno con riferimento ai volumi, per tutti gli altri prodotti: dal +0,6% delle cinture al +10%
delle valigie. Ben diversa però la situazione relativamente alla spesa, dove – a causa delle
dinamiche ribassiste dei prezzi – solo cinture (+6,6%) e portafogli (+1,8%) presentano
andamenti positivi.
Le prime indicazioni di Sita Ricerca concernenti l’andamento per canale di vendita
mostrano il perdurare delle difficoltà per i negozi indipendenti, un trend favorevole per le
catene di negozi e un ulteriore aumento negli acquisti online di pelletteria (+4% in
valore), che hanno così incrementato la quota detenuta sul totale spesa, sfiorando il 13%
nei primi 6 mesi.