Danilo Coppola e la vergognosa persecuzione dei magistrati che lo vogliono morto

Processato numerose volte e sempre assolto, tranne che per bancarotta di una società, avvenuta però quando lui era ingiustamente detenuto (quindi con ogni probabilità se non ci fosse stata l’ingiusta detenzione non ci sarebbe stata la bancarotta) e già questo per noi sarebbe sufficiente per considerarlo un martire.

Ma Danilo Coppola, immobiliarista divenuto suo malgrado famoso 20 anni fa per le solite invenzioni giornalistiche, ora sta male e rischia di morire: nonostante ciò gli vengono negati gli arresti domiciliari e per questo motivo il figlio ha scritto una lettera al direttore de “L’Unità” Piero Sansonetti, una lettera che volentieri pubblichiamo anche noi, auspicando come ha fatto Sansonetti che in caso i magistrati perseguano questo disegno criminoso sia la politica a risolvere questo problema.

“Mi scusi se insisto, ma ho 17 anni e per questa storia non riesco più a dormire la notte. Ci tenevo a darle un quadro più completo sulla vicenda di mio padre, perché spesso mi è stato chiesto come sia possibile che un tribunale chieda una perizia per poi ignorarla o addirittura smentire completamente i propri esperti, senza averne le competenze. Purtroppo, la storia di mio padre non si limita all’ultima negazione dei domiciliari, nonostante l’incompatibilità con il carcere sia stata accertata più volte dai periti del tribunale, l’ultima meno di un mese fa. La sua storia non inizia oggi. È una persecuzione che va avanti da vent’anni. Nel 2005, mio padre guidava il 21° gruppo in Italia. Fu allora che iniziarono le accuse infamanti: lo associarono alla Banda della Magliana, distruggendo la sua reputazione e causandogli danni irreparabili. Solo dopo un anno, la Direzione Distrettuale Antimafia smentì ogni collegamento, ma, come spesso accade, la verità non ricevette la stessa attenzione delle accuse iniziali. E così iniziò il calvario. Nel 2007 fu arrestato e trascorse due anni in custodia cautelare, per poi essere assolto. Ma non finì lì. Da allora ha affrontato circa trenta procedimenti giudiziari, quasi tutti conclusi con un’assoluzione, tranne una condanna.

Nel periodo di processi tra il 2009 e il 2015, nel pieno di questa persecuzione, ha versato circa 250 milioni di euro al fisco. Tasse che non doveva. Cartelle esattoriali notificate mentre era in carcere, per la vicenda che lo vedrà assolto, gonfiate da interessi usurai, con partite (ad esempio) contestate due volte alla stessa società.
Quando è uscito, avrebbe potuto impugnarle, contestarle nelle commissioni tributarie, ma ha scelto di non farlo. Ha deciso di porre fine a tutto, sperando di poter finalmente vivere in pace. Ha svenduto tutto ciò che aveva, solo per liquidare velocemente. Tutto quello che ho scritto è documentato. Ovviamente, non è per questo che mi sono messo in contatto con lei.

Ma credo sia importante dirlo, perché quello che sta accadendo oggi non è un episodio isolato. È solo l’ultimo capitolo di una persecuzione che non si è mai fermata.
Mi sono messo in contatto con lei perché mio padre sta morendo in carcere. Non posso accettare che un uomo che ha già sofferto così tanto debba affrontare una fine così ingiusta. Mio padre non può morire per una decisione arbitraria. Non ha più neanche la forza di inviarmi le lettere a casa. Le chiedo di aiutarlo. Prima che sia troppo tardi. Grazie.

Paolo Coppola