La crisi dei debiti pubblici europei è al suo epilogo, in uno scenario ampiamente previsto nei mesi scorsi dai commentatori più acuti e indipendenti.
Le voci su un imminente ritiro della Grecia dall’euro – una moneta troppo forte, che strangola il paesino ellenico – e un incontro segreto dei ministri delle finanze europei hanno innescato feroci conflitti all’interno dell’Unione. La notizia ha scatenato turbolenze anche sui mercati finanziari, dove l’euro è in progressiva caduta rispetto al dollaro. Economisti, uomini politici e giornalisti discutono animosamente sui pro e i contro di una tale mossa.
Proprio un anno fa, l’Unione Europea e il Fondo Monetario Internazionale approvavano un pacchetto di “salvataggio” da 110 miliardi di euro per la Grecia, impossibilitata a vendere sui mercati i titoli del proprio debito pubblico, chiedendo in cambio al governo di Atene di attuare drastiche misure di “austerità”. Alla crisi del debito, quindi, si rispondeva con altro debito – come a voler placare le sofferenze di un tossico-dipendente iniettando altra droga nelle sue vene. Ma è ormai evidente che la Grecia, nonostante (o meglio, “a causa”) di questo programma, sta precipitando – risucchiata nel vortice dei debiti. Il governo Papandreou ha spinto in maniera selvaggia sul pedale dei tagli alla spesa pubblica: i salari nella pubblica amministrazione, ad esempio, sono diminuiti del 30%. Ma le misure di austerità, a loro volta, hanno scatenato una recessione che sta divorando tutti i risparmi dei cittadini greci. Lo scorso anno, la produzione economica è scesa del 4,5% e il debito totale è salito al 142% del prodotto interno lordo. Ci sono stati 65.000 fallimenti e più di 200.000 persone hanno perso il lavoro. Ad Atene, un negozio su cinque è attualmente vuoto. Nelle campagne, la situazione è ancora più drammatica. E tutti i dati indicano che la recessione va approfondendosi: il numero dei permessi di costruzione rilasciati nel mese di gennaio è stata del 62% inferiore rispetto allo stesso mese del 2010, mentre la vendita di auto nuove si è dimezzata nei primi quattro mesi del 2011 rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.
Il piano dell’UE e del FMI prevedeva che l’indebitamento di cui la Grecia avrebbe avuto bisogno fino al 2013 sarebbe stato coperto dai fondi provenienti dal piano di salvataggio stesso (110 miliardi). In seguito, Atene sarebbe stata in grado di ricorrere autonomamente ai mercati di capitali per richiedere fondi, mediante la normale emissione di titoli di Stato. Ma la metà del fondo di salvataggio è stata già utilizzata, e la parte restante, probabilmente, durerà solo fino alla primavera del 2012. Allo stesso tempo, i mercati finanziari si rifiutano, oggi, di fare prestiti alla Grecia – date le condizioni pessime dell’economia ellenica. Le agenzie di rating hanno declassato il Paese ad un livello così in basso che ora deve versare il 25% di interessi per obbligazioni a due anni – una situazione palesemente insostenibile, anche per uno Stato in salute. Se non accadrà nulla, la Grecia dichiarerà la bancarotta entro la prossima primavera, e allora saranno guai per tutti.
Il piano di salvataggio ha avuto, essenzialmente, la funzione di “spostare” una porzione crescente del debito pubblico greco, divenuto impagabile, dalle banche private alle istituzioni pubbliche. Nel 2009, i creditori privati detenevano il 100% del debito pubblico greco, mentre ora il 37% è nelle mani di UE, FMI e BCE, e la quota del debito pubblico in mano agli Stati dovrebbe crescere fino al 50% nel 2013. Il programma di salvataggio della Grecia si è rivelato essere un programma di salvataggio delle banche private, ai danni del benessere dei cittadini, sui quali è stato scaricato il costo della crisi, attraverso tagli pesantissimi alla spesa pubblica e alla previdenza sociale. A questo è ridotta la vostra tanto amata democrazia: allo strapotere incontrollato dell’alta finanza senza volto e senza patria, di cui i politici sono ligi servitori. Ma voi, continuate a far finta di niente: è più semplice prendersela con Berlusconi e con il suo “conflitto di interessi”. Ma Berlusconi è una formica, mentre il potere bancario internazionale è un elefante ingordo. Vi strappano sotto gli occhi il futuro, vostro e dei vostri figli, e non siete capaci di reagire – distrutti moralmente e fisicamente dalla televisione e dalla pseudo-cultura moderna.
In ogni caso, la minaccia di una bancarotta della Grecia ha portato a conflitti feroci all’interno dell’UE,
e specialmente in Germania si alzano numerose le voci a favore di una “ristrutturazione” del debito greco (cioè per un fallimento “parziale” e “guidato”) o per l’espulsione della Grecia dalla zona euro, prima che dichiari da sola il default e trascini nell’abisso tutti i Paesi europei (cosa che avverrebbe comunque), le loro banche e i fondi pensione. Tuttavia, alcuni esperti avvertono circa le conseguenze esplosive di tale ultima mossa, per la Grecia: aumenti di prezzo enormi per le importazioni di energia e altri beni, assalto alle banche greche da parte dei risparmiatori, massiccia fuga di capitali. In questo modo, il debito greco diverrebbe ugualmente insostenibile, e lo staterello ellenico dichiarerebbe il fallimento nel giro di poche settimane. Il settore delle esportazioni – inoltre – vedrebbe pochi benefici dalla svalutazione della re-introdotta dracma: le esportazioni contribuiscono solo per il 7% al PIL di questo Paese industrialmente debole. In altre parole, la re-introduzione della dracma porterebbe alla bancarotta dello Stato e ad una massiccia inflazione: sarebbe la distruzione delle condizioni di vita di ampi strati della popolazione, come accadde durante l’iper-inflazione del 1923 in Germania. I rappresentanti del governo di Atene avvertono – giustamente – che l’uscita della Grecia dalla zona euro, con il conseguente fallimento a cui abbiamo appena fatto cenno, trascinerebbe via con sé anche l’Irlanda, il Portogallo, la Spagna, e a seguire tutti gli altri Paesi, a cominciare da noi, e determinerebbe la fine della moneta unica europea. Scenari apocalittici.
A Berlino, è un piccolo ma influente gruppo – a livello politico e accademico – che insiste sul fatto che la Grecia sia ormai “costretta”, se non ad uscire dall’euro, per lo meno a “rinegoziare” il proprio debito. Il governo di Berlino non è apertamente sostenitore di questa mossa, poiché teme una reazione violenta da parte dei mercati finanziari, che potrebbe travolgere l’Irlanda e il Portogallo. Riguardo questo problema, ci sono forti tensioni con gli altri Paesi, le cui banche e i cui governi hanno sottoscritto grandi quantità di obbligazioni con Atene. In contrasto con il precedente piano di salvataggio, che aveva semplicemente concesso altri prestiti alla Grecia (i 110 miliardi di cui sopra), nel caso di una “ristrutturazione” i miliardi “tagliati” andrebbero persi per sempre. Le banche tedesche, fino a un certo punto, potrebbero sopportare la cancellazione dal loro bilancio di una parte dei crediti non più esigibili da Atene; per la Francia ed altri Paesi, una ristrutturazione sarebbe molto più difficile da sostenere. I fallimenti a catena delle banche europee sarebbero dietro l’angolo.
Ormai, nessuna soluzione è sicura. Si è giunti ad una situazione grottesca per via dell’avidità dei banchieri e della stupidità, che a certi livelli diventa “criminalità”, dei politici europei.
Alcuni commentatori sono giunti alla conclusione che il problema della crisi greca non è tanto finanziario, quanto “politico”. La pressione della crisi finanziaria internazionale sta portando gli interessi nazionali sempre più alla ribalta. La zona euro è incapace di gestire una crisi contagiosa, che ha le potenzialità di causare enormi danni collaterali. La crisi dell’euro è una crisi dell’Unione Europea nel suo insieme: in Europa non esiste né una politica economica o di finanziamento comune, ma neanche una politica estera e di sicurezza (vedi il caso della Libia!), né una politica energetica. Il sogno dell’Europa di Maastricht, l’utopia tecnocratica e mercatista, deve essere gettata al più presto nella pattumiera della storia.
Ma non è ancora finita: secondo alcuni rapporti delle agenzie di stampa, l’UE sarebbe in procinto di aumentare le dimensioni del piano di salvataggio per la Grecia, per una cifra che va dai 30 ai 60 miliardi di euro, legando, ovviamente, l’erogazione di questi nuovi fondi ad ulteriori tagli alla spesa pubblica. Il problema non verrà risolto, ma semplicemente rimandato, fino a quando la crisi non giungerà al suo punto di rottura definitivo.
Gabriele Sabetta