Citytellers, il docu-film di Francesco Jodice

Parlare di film sarebbe riduttivo e altrettanto lo sarebbe parlare di documentario: Citytellers è una vera e propria forma d’arte, un nuovo modo di raccontare il mondo e le persone con gli occhi della gente. Tale progetto non poteva che suscitare l’interesse degli specialisti delle materie più disparate, dai sociologi, agli antropologi, fino agli esperti di urbanistica che, grazie al loro contributo, hanno fatto del lavoro di Jodice una finestra sul mondo, tale da essere classificata come opera di arte moderna.

Ma cos’è esattamente Citytellers?

Sono tre film-documentari che raccontano la vita e lo sviluppo urbano in tre grandi aree: San Paolo, Lago d’Aral e Dubai, una risposta che appare riduttiva per descrivere esattamente tutto quello che c’è dietro questo progetto.

L’intento di Francesco Jodice, infatti, è quello di narrare attraverso le immagini, i racconti e la musica lo sviluppo urbano di questi territori, offrendo un vero e proprio reportage dettagliato sui luoghi, che consente allo spettatore di essere catturato dallo schermo e di immedesimarsi negli stessi spazi raccontati dal regista.

Fotografo, documentarista, architetto e film maker di risonanza internazionale, Jodice è riuscito a riportare sulla pellicola un viaggio tra le piaghe sociali e ambientali di alcune zone simbolo del pianeta, nelle loro trasformazioni architettoniche, nelle storie degli abitanti che vi dimorano, un viaggio intrapreso da una parte attraverso l’occhio freddo e distaccato della telecamera e dall’altro con l’impeto e la passione dell’artista che vuole offrire uno spettacolo innovativo e per nulla convenzionale.

Il primo film della serie, Sao Paulo – Citytellers narra il fenomeno della self-organization della popolazione locale, tipico delle comunità che nella maggior parte dei casi sono prive di una reale presenza delle istituzioni: le tematiche affrontate toccano argomenti difficili come la detenzione di armi per la difesa personale, la ricchezza sfrenata dei grandi palazzi messa a confronto con la povertà senza confini delle favelas, fino ad arrivare a problematiche come la sanità, la difficoltà a trovare un’occupazione dignitosa e l’arretratezza tecnologica di gran parte del Brasile.

Aral – Citytellers, invece, è il secondo film che, come suggerisce il titolo, è ambientato nel territorio limitrofo del Lago d’Aral, lo specchio d’acqua salata che, a seguito dei cambiamenti climatici e del surriscaldamento del pianeta, ma soprattutto delle catastrofiche strategie ambientali ordinate dal governo sovietico, è diventato un enorme deserto di sabbia, carica di sostanze tossiche. Queste particelle di veleno, derivate dall’abuso di pesticidi e diserbanti, hanno devastato la flora e la fauna lacustri, per non parlare poi dei numerosi casi di malattie respiratorie dovute a queste ultime. Il regista si sofferma in primo luogo sui problemi ambientali, senza trascurare le enormi difficoltà economiche che le popolazioni locali hanno dovuto e si trovano tuttora ad affrontare a causa della siccità di una zona che in passato viveva prevalentemente di pesca e agricoltura e che adesso è costretta a sopravvivere con strategie sorprendenti e tecniche primitive.

Il terzo e ultimo film, Dubai – Citytellers, mostra il più famoso caso di neourbanismo contemporaneo. La metropoli, progettata ed edificata come una cattedrale nel deserto, ha visto intensificarsi nel giro di pochissimi anni la proliferazione dei servizi, soprattutto turistici, che hanno portato ad un eccezionale sviluppo urbanistico della città: tale espansione, tuttavia, alla fine si è dimostrata eccessivamente repentina e insostenibile, sfociando in una delle più grandi crisi economiche a livello mondiale. Il documentario punta l’occhio della camera su questo stravolgimento del territorio e dei suoi abitanti, divisi tra l’indigenza della new slawery formata da lavoratori indiani, pakistani e bangladesi e gli enormi grattacieli rifiniti d’oro e di pietre preziose, di proprietà degli emiri più facoltosi.

Tre diversi esempi di urban style, di evidenti contraddizioni e di straordinarie metamorfosi del paesaggio: la storia raccontata dagli esperti s’interseca costantemente con la quotidianità della gente comune, originando un’incredibile testimonianza fuori dai canoni visivi abituali.

Le riprese di Francesco Jodice non solo sono state esposte all’interno degli spazi museali, ma hanno trovato posto anche nella distribuzione massmediatica della televisione e dei film festival, luoghi che, nella maggior parte dei casi, sembrano dimenticare questi territori, troppo spesso accantonati, poiché considerati eccessivamente distanti dalla civiltà evoluta e cosmopolita del Terzo Millennio.

Serena Brini