Seguire un alimentazione regolare è l’ultimo dei loro pensieri; per gli studenti fuori sede a pranzo basta un panino, alla sera il frigorifero è desolatamente vuoto e una cena decente diventa un miraggio, così l’alimentazione degli universitari lontani da casa è zeppa di schifezze.
L’unico modo con cui sembrano cercare di tenersi in forma è l’attività fisica: a quella non si può rinunciano.
La fotografia delle abitudini alimentari degli studenti fuori sede arriva dagli Stati Uniti, il Paese in cui praticamente tutti i diciottenni escono dal “nido” per andare a studiare in altre città.
Alice Lindeman, dell’università dell’Indiana, in passato aveva suddiviso tre gruppi di studenti del suo ateneo: alcuni abitavano in appartamenti privati, altri in un residence dell’università, un terzo gruppo nel Fitness and Wellness Living-Learning Center, un residence studiato apposta per favorire le sane abitudini in cui i ragazzi trovano palestre e spazi fitness, ma anche materiale educativo per imparare a mangiare correttamente.
Tutti hanno partecipato un piccolo corso sul “vivere sano”.
La ricercatrice è andata a valutare così lo stile di vita reale degli universitari, scoprendo, delusa, che perfino abitare praticamente dentro un fitness center ed essere bombardati da messaggi salutari ha poco effetto sulle scelte dei ragazzi.
Tutti, indistintamente, scelgono il cibo “grab and go”(prendi e mangia): poche verdure, pochi cibi sani, molto take-away e quattro volte su dieci pranzi e cene al ristorante.
Come se non bastasse, quasi tutti non fanno la prima colazione, e addirittura sono quelli che vivono nel Wellness Center a mangiare perfino peggio degli altri.
Certo, molto dipende dalla poca voglia di prepararsi da soli i pasti: non a caso i cibi più elaborati o quelli che si deteriorano in fretta sono i meno consumati dagli studenti.
Quello che preoccupava la Lindeman è che le abitudini prese all’università restano anche dopo e avranno effetti negativi sulle famiglie che questi ragazzi formeranno.
Unico elemento positivoè il fatto che il 56 per cento degli universitari fa sport almeno tre volte alla settimana.
“L’attività fisica in fondo si fa senza un grosso impegno mentale: un’ora in palestra ascoltando musica con l’IPod alla fine è pure piacevole”, aveva allora commentato Alessandro Pinto, dell’Istituto di Scienza dell’Alimentazione dell’università La Sapienza di Roma.
“Diverso invece imporsi regole per stare a dieta o mangiare cibi sani: tutti lo facciamo assai meno volentieri, figuriamoci i ragazzi all’università”.
Pinto osservava che in fondo nelle decisioni alimentari conti molto di più l’abitudine e la ripetitività della riflessione ponderata.
Tanti studi dimostrano che tutti sappiamo perfettamente, a livello cognitivo, che cosa fa bene alla nostra salute.
Per di piu’ molti dichiarano anche di mangiare sano, in realtà però se si analizza davvero la loro dieta si scopre che nella maggioranza dei casi è un mezzo disastro: è l’abitudine, che il più delle volte ci porta verso alimenti non troppo salutari, a farla da padrona.
Pochi riescono a trasformare l’informazione teorica in comportamento pratico, e questo vale ancor di più per giovani e giovanissimi che di norma pensano a tutt’altro.
“Uscire fuori a cena, come ovviamente capita spesso agli universitari fuori sede, è un momento con valore simbolico, culturale ed edonistico prima ancora che alimentare”, diceva Pinto.
“Difficile, difficilissimo pensare davvero a cosa ci si mette nel piatto.
Invece dovremmo abituarci a riflettere di più sulle scelte alimentari.
Il problema investe insomma tutti, non solo gli studenti fuori sede in quanto tutti noi siamo circondati da messaggi che vanno in direzione opposta a quella che vorrebbero i nutrizionisti: spot di merendine, distributori di schifezze, fast food.
E’ inevitabile che se vivo in un ambiente che non aiuta a compiere scelte salutari prima o poi ci casco e mangio qualcosa che non dovrei, anche se sono più che motivato a non farlo.
“In questo senso ci dovrebbe essere più attenzione da parte di tutta la società, che dovrebbe facilitare scelte sane e non l’opposto”, concludeva il nutrizionista.
Rosalba Bugini