Comunione e Liberazione: anche quest’anno il meeting resiste alla crisi

Il meeting di Rimini. L’evento tanto atteso, dalla comunità cristiana, ma non solo, si è concluso sabato scorso, lasciando nei cuori dei più un senso di speranza e il vago sentore che qualcosa potrebbe cambiare, in una società afflitta dal più muto ed inerte sbigottimento verso i problemi che la
travolgono.
Giornata clou, quella di mercoledì 25 agosto, che ha visto avvicendarsi sulla scena personaggi di spicco dell’economia e della finanza italiana, tutti d’accordo nell’affermare che dalla crisi si può e si deve uscire, ma a quale prezzo?
Forse il prezzo da pagare è proprio il superamento di quella dicotomia che ad uno sguardo superficiale e avulso dalle più reali logiche di mercato, di quelle che pongono di fronte a scelte etiche, oltre che strettamente economiche, sembra irrisolvibile.
E invece non lo è. L’economia non è una scienza esatta, l’etica è divenuta oramai un principio largamente ignorato e la Fede è inoppugnabile solo agli occhi di chi non ha ricevuto il preziosissimo dono della carità cristiana.
Si parla di crisi oramai, come se si trattasse di uno status quo, dal quale solo un miracolo potrebbe salvarci. Senza scomodare l’Onnipotente, forse la soluzione sarebbe accessibile anche a noi comuni mortali.
La solidarietà, innanzitutto e la condivisione. Evocano vaghi sorrisi ammiccanti, che alludono al patetismo più melenso ed affettato.
Solidarietà che si estrinseca in ogni settore della nostra società, toccando, non da ultime, le relazioni industriali. Relazioni che vanno, come ha ricordato la Presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, inevitabilmente riviste. La Presidente, insistendo sulla necessità di rilanciare l’economia manifatturiera italiana, ha difeso la dirigenza Fiat, che, sul caso Melfi, avrebbe
agito “nel pieno rispetto della legislazione vigente”.
Il diritto di sciopero, costituzionalmente sancito, non può estendersi oltre il limite del libero arbitrio altrui, impedendo il pacifico svolgimento dell’attività lavorativa in capo a quanti si esimano dalla protesta. Inoltre, se l’articolo 2104 del codice civile impone al prestatore di lavoro subordinato di
usare la diligenza richiesta dalla natura della prestazione dovuta, dall’interesse dell’impresa e da quello superiore della produzione nazionale, è vero tuttavia che la perenne tensione che infiamma gli animi dei lavoratori dello stabilimento Sata, di proprietà del Lingotto, è emblematica di una precarietà che pervade oramai le viscere del mercato del lavoro italiano, esacerbando lo scontro, fino a privarlo del suo significato originario e depredandolo oramai anche del minimo tentativo di
risolvere pacificamente il diverbio medesimo.
Se, come ricorda la Marcegaglia, i tre operai coinvolti dalle vicende hanno scritto in una lettera rivolta al Capo dello Stato che non è dignitoso percepire uno stipendio senza lavorare, ricevendo la piena approvazione di chi scrive, ha ragione la Presidente nel ritenere che il nostro sistema di relazioni industriali andrebbe totalmente ricostruito.
Paolo Scaroni e il Ministro Giulio Tremonti hanno concluso la giornata di lavoro, partecipando alla Conferenza dal titolo “Dentro la crisi, oltre la crisi”, introdotta dal Presidente della Compagnia delle Opere, Bernhard Scholz.

La solidarietà di nuovo al centro del dibattito.

Paolo Scaroni, puntando il dito contro l’ideologia sessantottina, che avrebbe impedito alla meritocrazia di avere la meglio sull’egualitarismo verso il basso, ha affermato la necessità di ammodernare il sistema universitario, perché i neolaureati provenienti dalle Università straniere ed assunti in Eni sarebbero maggiormente disposti a condurre una vita “avventurosa”, rispetto ai giovani italiani, cui mancherebbero la grinta, la voglia di mettersi in gioco e la dedizione al sacrificio. Non possiamo certo dargli torto.

Dal garantismo malsano della Pubblica Amministrazione il mondo dell’impresa non sarebbe immune.

Il tasso di assenteismo registrato da Eni nel Mezzogiorno supererebbe del 100% quello del Nord e quest’ultimo assorbirebbe ad ogni modo una quota più elevata rispetto al Centro Europa. Le conseguenze? Costi non competitivi, maggiore ricorso al lavoro straordinario e minor propensione ad investire.

La questione chiave posta dal CEO del colosso energetico è che se Fiat ed Eni esitano ad investire nel nostro Meridione, di certo l’idea non alletterà le multinazionali straniere. Scaroni si è espresso con toni forti e polemici verso i sindacati ed i collaboratori delle visite fiscali, i quali avallerebbero una grossa truffa collettiva.

Meno evidenti i richiami al mercato del lavoro. A suo avviso, infatti, il problema dei lavoratori in esubero è irrimediabile, se non a discapito dell’occupazione di tutti.

Il Ministro Giulio Tremonti, che ha esordito schernendo i fricchettoni, alludendo al braccialetto di color arancione indossato al polso, avrebbe annoverato la globalizzazione, tra le prime cause della crisi economica.

A suo avviso, tra le carte vincenti del pilastro europeo, l’idea di riscrittura del Patto di stabilità e di crescita, basato su una sessione di bilancio comune e la nuova disciplina politica imposta ai Paesi europei. Il richiamo a Berlinguer ed ai suoi scritti del ‘77 sull’austerità ha suscitato un sussulto tra la folla, seguito dall’appello del Ministro al dovere della compagine governativa di disegnare un quadro strategico per la ripresa dell’economia nazionale. Che richiede, anche qui, un impegno da parte di tutti. La struttura industriale italiana, incentrata sulla piccola e media impresa, sarebbe inadatta a fronteggiare il conflitto tra i giganti tedesco e cinese. La norma sulle reti d’impresa sarebbe stata pertanto concepita allo scopo di difendere le pmi dai tentativi di fusione e di acquisizione.

Riferendosi all’elevata pressione fiscale che aggrava le tasche dei contribuenti, sebbene in parte giustificata dai bassi costi della scuola e della sanità, egli ha preannunciato la semplificazione dei regimi e delle aliquote, concedendo spazio per tre sole agevolazioni: la famiglia, il lavoro e la ricerca, a patto che i conti pubblici ne reggano il peso. Il politico firma l’assegno, ma se è scoperto, sono le famiglie che lo pagano, ha incalzato Tremonti.

E forse, riguardo a scuola e sanità, non sarebbe inopportuno aumentare i costi, appannaggio della qualità.

Tremonti ha infine preannunciato l’intenzione del Governo d’investire in capitale umano e nella ricerca, asserendo con vigore che, se gli altri Paesi europei crescono più di noi, la risposta è nel nucleare. Purché sia di V generazione, Ministro, altrimenti gli sforzi in ricerca e sviluppo a poco valgono.

Tremonti ha concluso il suo intervento vagheggiando l’inscindibilità tra solidarietà socialista,

economia di mercato e carità cristiana e sostenendo la necessità di essere, oltre che di avere, di donare, oltre che di comprare, di maturare interessi, ma anche di far fruttare dei valori. Desiderare cose grandi, il tema portante del meeting di Rimini, si risolve, agli occhi dell’economista, nell’unire le ragioni della mente a quelle del cuore, così da vedere le cose con un solo sguardo.

Serena Bellesi